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Giustizia federale  

È esplosa la polemica. Mercoledì scorso il Consiglio Federale ha deciso di mantenere sotto il suo dominio la vigilanza sul Ministero Pubblico della Confederazione e i mass-media hanno denunciato la fine della giustizia. C’era da aspettarselo.

Nel 2002, la trasformazione del Ministero Pubblico della Confederazione nel principale attore della repressione criminale non è avvenuta senza fracassare porcellana.

La nomina al Tribunale internazionale dell’Aja di Carla Del Ponte - persona forse stregata dai media, ma magistrato di grandissima abilità - ha sguarnito l’orizzonte al suo vice Valentin Roschacher, che non ha retto l’urto delle nuove responsabilità. Capita che nei secondi la diligenza venga scambiata per competenza. Bisogna dire che il suo compito era proibitivo. Doveva assumere in un botto decine di Procuratori pubblici rispettando le complicate regole orali della ripartizione cantonale e dell’uguaglianza linguistica. Ha dovuto accordare fra di loro i diversi strumenti d’inchiesta che i recenti magistrati federali portavano nel bagaglio delle loro esperienze cantonali.

Lo scorso 27 maggio, l’Università di San Gallo ha riunito a congresso giudici, avvocati e procuratori pubblici delle quattro regioni linguistiche per discutere del Ministero Pubblico della Confederazione.

È apparso che la giustizia federale è un edificio in costruzione, anche se con il nuovo Procuratore Generale, il sangallese Erwin Beyler, il Consiglio Federale ha trovato un ingegnere tenace, oltre che un giurista di grande esperienza.

Le simbologie non sono mai casuali. Sullo stabile destinato al Tribunale Penale Federale di Bellinzona troneggia ancora l’insegna slabbrata dell’antica scuola cantonale di commercio. Questo per l’hardware. Per il software, manca la legge sull’Organizzazione delle Autorità Penali della Confederazione (LOAP) che disciplinerà l’interazione fra Polizia federale, Ministero Pubblico, autorità giudicanti e di esecuzione. Nel cantiere della giustizia penale non tutti gli elementi sono stati ordinati.

L’affare Blocher

In queste condizioni era prevedibile che il Ministero pubblico della Confederazione inciampasse, ma la tensione politica ha trasformato il capitombolo in un tonfo: l’affare Holenweger è diventato l’affare Roschacher, poi l’affare Blocher.

Subito dopo la sua nomina a Procuratore Generale della Confederazione, Valentin Roschacher riceve la telefonata di un avvocato difensore americano (che aveva conosciuto con Carla Del Ponte). Costui gli propone di assumere come agente infiltrato il suo cliente José Manuel Ramos, un barone della droga colombiano appartenente al cartello di Calì.

Il Procuratore Generale contatta la Polizia Federale che attiva un gruppo di accoglienza denominato “Task Force Guest” .

Giunto a Zurigo, il “Guest”, parte sulle tracce del banchiere Oskar Holenweger, che secondo la soffiata della compagna di un pregiudicato, avrebbe lavorato nientemeno che per Pablo Escobar, e si convince che costui ama riciclare i soldi della droga. A José Manuel Ramos la polizia federale affianca allora un poliziotto germanico, che movimenta un conto presso la banca di Holenweger.

L’11 dicembre 2003 alle 6 e 30 del mattino, un commando di agenti armati della Polizia Federale irrompe nella villa del banchiere che, dopo sette settimane di carcere preventivo e la pubblicazione del suo nome sulla stampa, deve svendere tutte le sue attività.

Poco dopo l’inchiesta del Ministero pubblico della Confederazione comincia a singhiozzare. La Commissione Federale delle Banche accerta che Holenweger non ha mai avuto nulla a che fare né con la Colombia né con la droga, cosicché la pubblicità dell’inchiesta si ritorce contro il suo autore.

Per fortuna che da bambino Oskar Holenweger condivise la scuola elementare con la moglie Blocher, mentre da giovanotto sudò sotto lo zaino militare con lo stesso Christoph. Divenuto Consigliere federale, e per di più capo del Dipartimento di Giustizia e Polizia, il “tribuno zurighese” (così lo chiama la Radio Televisione Svizzera) viene accusato di avere cacciato Valentin Roschacher per aiutare il vecchio compagno d’armi.
Oggi Blocher e i suoi avversari continuano ad azzuffarsi.

Il 26 settembre 2008, il Governo svizzero (cioè il Consiglio federale) ha nominato Thomas Hug, Procuratore generale del Cantone di Basilea Città, alla carica di Procuratore pubblico straordinario.
Il Procuratore Thomas Hug è stato incaricato di indagare sulle accuse di violazione del segreto d'ufficio, coazione e associazione illecita avanzate dall'ex consigliere federale Christoph Blocher e dal consigliere nazionale Christoph Mörgeli in una denuncia penale sporta di recente.
Poiché la denuncia penale è indirizzata anche contro alcuni collaboratori del Ministero pubblico, il Consiglio federale ha dovuto nominare un Procuratore pubblico straordinario. Non si poteva infatti garantire altrimenti la piena indipendenza delle indagini.

Novità e sorprese

Qualche stravaganza ha oscurato l’esordio del nuovo Ministero Pubblico della Confederazione. Da noi si ricorda l’eliminazione dei difensori di fiducia ticinesi con l’argomento, a dire il vero un po’ farisaico, che gli interessi degli accusati sarebbero stati meglio protetti dagli avvocati germanofoni scelti dall’accusa.

Nella Svizzera francese ci sono state scaramucce tra Procuratori federali e cantonali. Il Giudice vodese Jacques Antenen, commentando la confisca di 11 mio di franchi provenienti dal riciclaggio di denaro sporco, ha elogiato il savoir-faire cantonale e ha criticato l’invasione di campo da parte dei procuratori federali. Costoro hanno risposto che c’era poco da vantarsi poiché lo sbandierato successo giungeva dopo 12 anni di inchiesta. Il Giudice federale Bernard Bertossa ha quindi deplorato il “flou artistique”, cioè la confusione totale, nella ripartizione di compiti tra giustizia federale e cantonale.

Infine il Consiglio federale ha dovuto rispondere alle critiche riguardanti le domande di assistenza giudiziaria presentate alle autorità americane che gestiscono Guantanamo.

Giustizia e politica

Il coinvolgimento dell’opinione pubblica e dei mass media nella costruzione della nuova giustizia federale è un aspetto positivo. Indica che la Svizzera è un paese democratico e che l’opinione pubblica si preoccupa delle riforme costituzionali del suo paese.

La decisione del Consiglio Federale di mantenere la vigilanza sul Ministero Pubblico suscita il timore che la giustizia finisca sotto la scopa di qualche nuovo “tribuno zurighese” (oppure di quello vecchio). Si sa che quando la politica entra in tribunale, esce la giustizia.

Questo timore non è fondato.

Ne è un indizio il fatto che la Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf (che non è un’ammiratrice indefessa di Cristoph Blocher) abbia mantenuto la scelta del suo predecessore.

Ora che sotto la guida del nuovo Procuratore Generale Erwin Beyler, il Ministero Pubblico della Confederazione ha superato i brufoli di gioventù, si può procedere a una riflessione pacata.

La riforma costituzionale del 12 maggio 2000 ha avviato una trasformazione importante della giustizia. Da un sistema cantonalizzato si passa a un regime ibrido, paragonabile a quello in vigore negli Stati Uniti, dove si sovrappongono due organizzazioni giudiziarie complete, quella dello Stato centrale e quella degli Stati federati. Forse tra il 2010 e il 2020 scompariranno anche le autorità penali cantonali.

È quindi giusto stare attenti che nei meandri della giustizia non si insinui il virus della politica. Tuttavia non bisogna confondere il problema con la legge sul problema.

Ritenere che, sopprimendo il canale istituzionale tra l’esecutivo e la magistratura, la giustizia venga liberata dalla politica, significa confondere le cause con gli effetti. Ignorare il problema non vuole dire risolverlo.

La politica esiste fuori dalla legge e, come ogni potere, tende a dominare.

Una giustizia svincolata dalle autorità istituzionali è più vulnerabile al contagio politico di una giustizia sottoposta a un controllo regolamentato. Se la legge non istituisce un canale fra la giustizia e la politica, la politica trova i canali oscuri.

La Professoressa bernese Regina Kiener, che ha dedicato un ampio volume all’argomento, ci insegna che l’indipendenza della magistratura non è compromessa se l’autorità di vigilanza non può modificare le sentenze dei tribunali.

Attualmente il Ministero Pubblico della Confederazione è sottoposto a un doppio controllo: del Tribunale penale federale di Bellinzona per la parte tecnica (che nessuno sa bene cos’è) e del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia per la parte amministrativa (che nessuno sa bene cos’è). Questa cacofonia ha suscitatato critiche unanimi.

Il Professor Georg Müller ha suggerito la creazione di una commissione di specialisti dell’amministrazione e di esperti indipendenti. Altri hanno proposto la sorveglianza mista dei rappresentanti della giustizia dell’amministrazione e del parlamento.

Alla fine il Consiglio federale ha tenuto tutto per sé. Può andare, purché si sappia cosa fa e soprattutto cosa la legge non gli permette di fare.


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