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Delitto di Cogne: ecco le motivazioni
Il 21 maggio 2008, la Corte di Cassazione, prima sezione penale, ha confermato la condanna di Anna Maria Franzoni a 16 anni di carcere per l’omicidio del proprio figlio Samuele di tre anni, avvenuto il 30 gennaio 2002 nella casa di Cogne. Anna Maria Franzoni è stata trasferita in carcere, sotto i flash dei giornalisti arrivati come d'abitudine assieme ai carabinieri.
I media italiani hanno fatto fortuna con quel delitto. Una mamma uccide il proprio figlio facendo schizzare sangue in tutta la cameretta; poi si precipita in bagno si lava si trucca e pochi minuti dopo compare tranquillamente con l'altro fratellino alla fermata del bus e chiaccchiera amabilmente con le altra mamme.
In realtà, la signora Franzoni è stata condannata perché non era ipotizzabile nessun altro colpevole.
Infatti il delitto è stato compiuto in un casolare isolato di un piccolo villaggio, dove tutti si conoscono. La signora Franzoni è stata ritenuta colpevole, perché nessun altra persona poteva avere ammazzato il suo bambino.
Se quel delitto fosse stato compiuto in un appartamento a piano terra di una casa popolare vicino a un accampamento di Rom, non c’è dubbio che saremmo ancora alla ricerca dello zingaro assassino (a meno di non averlo già condannato in terzo grado), mentre la signora Franzoni figurerebbe come la madre affranta.
Poco importa se non è verosimile che l’autrice dell’infanticidio sia stata lei. Infatti una persona normale - che non sia un killer di professione o un soldato abituato alla guerra - non riesce a uccidere (per di più suo figlio), lavarsi, vestirsi, truccarsi e presentarsi dopo pochi minuti in pubblico con un (altro) bambino senza tradire segni di emozione.
Pur se riprovate dal codice di procedura, le prove negative sono spesso alla base dei giudizi penali, e altrettanto spesso di clamorosi errori giudiziari. Di solito i Giudici riescono facilmente a convertire le prove negative in prove dirette, anche se inconsciamente.
Le motivazioni della Corte di cassazione penale alla sentenza di conferma della condanna di Anna Maria Franzoni sono un perfetto esempio di questo processo mentale.
Sei anni di istruttoria non hanno permesso di trovare nessuna prova positiva: la Franzoni non ha confessato, l'oggetto contundente che fracassato la testa del figlioletto non è stato trovato e le perizie sugli schizzi di sangue dicono tutto e il contrario di tutto.
Non potendo utilizzare la prova negativa vietata dal codice di procedura penale (condanniamo la mamma poichè nessun altro era vicino alla scena del delitto), i Giudici hanno dovuto ricorrere alla loro intima convinzione. Ma siccome non si uccide il proprio figlio per sbadataggine, i Giudici hanno dovuto concludere che Anna Maria Franzoni è una "lucida assassina".
Il movente lascia tuttavia perplessi: la causa del delitto è stata un capriccio del bambino.
Delle due l'una: o la mamma è un'assassina lucida e allora non ammazza per un semplice capriccio, o il bimbo è stato ammazzato per un semplice capriccio e quindi la mamma non è una lucida assassina.
La contraddizione è evidente.
Non sarebbe la prima volta che condanne basate su prove negative, conducano a clamorosi errori giudiziari.
Alcuni decenni or sono in un villaggio simile a Cogne, un giovanotto venne condannato a 16 anni di carcere (anche lui) per avere pugnalato il padre della sua fidanzata.
Di domenica, gli uomini finivano la serata nella bettola del villaggio. Quella sera avevano bevuto troppo e il padre gridò davanti a tutti che mai avrebbe concesso sua figlia a quello scapestrato che non aveva il becco di un quattrino. Dal bancone su cui stava seduto con gli amici, lo scapestrato gli rispose che avrebbe lavato l’offesa nel sangue.
Infatti il mattino seguente, il padre venne ritrovato riverso sul selciato con il taglio di un pugnale nella schiena.
La polizia piombò in casa del fidanzato, dove trovò un pugnale da caccia maldestramente lavato dalle macchie di sangue. L’autopsia confermò che la ferita sul corpo della vittima era stata inferta con quel coltello.
Il giovane si difese affermando che, uscendo ubriaco dallla bettola verso le quattro del mattino, aveva visto il padre della sua fidanzata riverso sul selciato con il suo pugnale piantato nella schiena. Si sarebbe dunque spaventato, avrebbe strappato il pugnale dalla ferita e sarebbe fuggito. I Giudici ovviamente non gli credettero, e il giovanotto fu rinchiuso in carcere (senza i flash dei fotografi che allora non erano ancora sincronizzati con la polizia).
Dieci anni dopo, un uomo sul punto i morire confessò di essere stato presente quella sera nella bettola del villaggio. Da tempo si era indebitato con il padre della ragazza e, dopo lo scambio di insulti, aveva sfilato il coltello dalla cintura del fidanzato ubriaco ed era uscito appostandosi lungo il viale.
Quando vide il padre attraversare barcollante la strada, gli piantò il coltello nella schiena e lo uccise.
Dopo quella confessione, il povero fidanzato venne liberato.
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